A TUTTO C’E’ UN LIMITE

Ci dev’essere uno strano virus in giro in questo periodo. Un virus che rende i datori di lavoro particolarmente suscettibili, permalosi, incazzosi e vogliosi di renderti la vita impossibile a qualsiasi costo. Diverse persone a me molto care stanno passando periodi complicati per questioni lavorative. Ma nemmeno io faccio eccezione.

Chissà perché una volta l’anno la mia direttrice deve inimicarsi tutto il locale con atteggiamenti dispotici. Recentemente abbiamo ricevuto una visita a sorpresa dell’ufficio d’igiene: nessun problema ravvisato. A breve dovrebbe passare a fare i prelievi la ditta che si occupa di controllare che il cibo e le superfici non abbiano contaminazioni batteriche. Probabilmente la somma di queste due cose ha mandato in tilt la nostra capa, che da circa una settimana a questa parte ogni giorno sceglie una vittima sacrificale alla quale contestare qualsiasi tipo di azione a suo dire sbagliata. Domenica e lunedì scorsi la sua vittima sono stata io. Ho commesso due imperfezioni che, in condizioni normali, mi sarebbero state fatte notare con una frase del tipo “Occhio che questa cosa è da correggere”. Ma considerato il periodo particolare, mi sono vista recapitare due lettere di contestazione, una sorta di richiamo scritto da parte dell’azienda. Teoricamente, dopo averne ricevuti tre, si può persino essere licenziati (e penso che il proprietario non ne veda l’ora nel mio caso, avendo io un contratto a tempo indeterminato con tre scatti di anzianità, per cui gli costo moltissimo in contributi). Ora: non ne avevo mai presa una in quasi dieci anni di “onorato” servizio. Non credo, di colpo, di non essere più in grado di fare il mio lavoro. Anche perché in questo caso la colpa sarebbe loro, che non mi hanno mai insegnato a fare le cose correttamente. Non mi consola il fatto di non essere l’unica: è un atteggiamento inconcepibile da parte di una persona che dovrebbe avere fiducia in noi ed invece è solo capace di scaricarci addosso le sue tensioni, portandoci a lavorare in un ambiente teso, con l’angoscia, con il terrore di sbagliare (ed alla fine inevitabilmente sbagli, se sei messo sotto pressione). Una persona che, se deve farti notare un errore, mica ti prende da parte: te lo urla davanti a tutti gli altri colleghi, che per forza di cose restano allibiti. Una persona che, paradossalmente, è la prima a non rispettare le procedure che noi, invece, dobbiamo seguire alla lettera, pena le conseguenze già spiegate.

Parlare con il proprietario è inutile. Quando, all’ultimo meeting fra dipendenti, abbiamo esposto il problema, la sua risposta è stata: “Lei è fatta così, e dobbiamo tenercela così”. Nessuno ha il coraggio di intraprendere azioni più eclatanti. Se ne discute, ma al momento giusto tutti si tirano sempre indietro. E parlare direttamente con lei è impensabile: renderebbe la vita delle persone in questione ancora più impossibile. Se c’è una causa in corso contro di lei per mobbing un motivo ci sarà…

Mi rendo conto che è così in moltissimi posti di lavoro, e probabilmente c’è chi deve tollerare cose pure peggiori di questa. Ma io personalmente, dopo quasi dieci anni di questi tira e molla, sono sempre più stanca. Il part-time con orari flessibili ha i suoi vantaggi: tante cose, diversamente, non credo che potrei farle. Però lavorare la sera fino a tardi, il sabato e la domenica, durante tutti i festivi, inizia a pesare. Anche sul fisico, avendo superato i trent’anni ed essendo un tipo mingherlino. Pensare che, se non fosse per questa tensione, il periodo che sto passando sarebbe ottimo. Ma evidentemente è destino che non si possa mai essere del tutto tranquilli…

Krimi

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